Abruzzo: numeri utili (?)
I numeri che riguardano il lavoro non sono clementi con l’Abruzzo. Ma d’altronde, quei numeri altro non sono che l’espressione di una situazione davvero poco felice. Tragica, si potrebbe dire. Dati Istat alla mano, nel secondo trimestre 2009, dei 378mila posti di lavoro bruciati anche dagli effetti della crisi economica (alla faccia dell’ottimismo governativo), 31mila sono stati persi in Abruzzo. Oltre il 5% del totale dei nuovi disoccupati in Italia è residente in Abruzzo. Una tendenza in linea con la precedente rilevazione Istat sulle forze di lavoro, che vedeva la nostra regione perdere già in quel periodo 26mila posti di lavoro, rispetto all’ultimo trimestre 2008. E non è tutta colpa del terremoto de L’Aquila del 6 aprile scorso, il segno fortemente negativo dei dati occupazionali, visto che, come si legge nel rapporto Istat, “il numero sia degli occupati sia dei disoccupati residenti nel comune dell’Aquila rappresenta solo lo 0,1 per cento dei corrispettivi dati nazionali e il 6,2 e l’8,3 per cento di quelli della regione Abruzzo”.
Semmai invece, gli effetti collaterali della gestione post terremoto, continuano a farsi sentire e non solo sulla popolazione residente nel martoriato capoluogo. I lavori sono svolti a ritmi pressoché disumani, per una ricostruzione in tempi da record, al solo fine di soddisfare la propaganda governativa. Così, mentre la regione nel complesso perde in termini di occupazione, nella città de L’Aquila si lavora per dodici, anche tredici ore al giorno in condizioni assolutamente precarie. Il rischio, grande, è di un’alta incidenza infortunistica in quei cantieri, ben oltre la già drammatica situazione italiana. E questa è la preoccupazione non solo mia (che conta come il due di bastoni e qui la briscola, si sa, è denari), ma anche dell’Inail abruzzese, il cui direttore teme un incremento degli indici infortunistici a causa dei ritmi della ricostruzione. La preoccupazione non è di certo infondata, visto che gravi incidenti (pressoché sottaciuti) si sono già verificati (leggi, ad esempio, qui e qui).
D’altronde la situazione infortunistica abruzzese è anch’essa drammatica come, o più di quella occupazionale. Soprattutto in controtendenza rispetto ai dati nazionali, che indicano una riduzione del numero degli infortuni, anche di casi mortali, pure in una situazione generale che rimane comunque inaccettabile per un Paese civile. Così, l’ultima rapporto Inail fa registrare per la nostra regione una riduzione del 3,9 per cento del totale infortuni, ma un incremento di oltre il 30 per cento degli infortuni mortali. In Abruzzo, si sono contati 34 caduti sul lavoro fino al 30 aprile di quest’anno. Quasi la metà nella provincia di Chieti. Un’ecatombe!
Una vera e propria strage che può dare anche la conferma di come quei dati citati finora siano collegati tra loro da un filo conduttore. Certamente non si tratta di una unione biunivoca. Ma è innegabile che le condizioni di lavoro, troppo spesso già precarie in situazioni generalmente ordinarie, peggiorino nei tempi di crisi. E’ di questi tempi soprattutto, che il posto di lavoro può essere usato come un ricatto, e che troppo spesso viene accettato con la rassegnata espressione secondo la quale “di questi tempi bisogna accontentarsi di quello che c’è” e che “almeno tu un lavoro ce l’hai”. Già, ma fino a quando?

